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Domenica, 24 Giugno 2018

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Ready4Future: nuove tecnologie e nuove professioni

Opportunità, sfida, fastidio o problema? I robot e l’automazione ci guardano, noi guardiamo loro e al momento tantissime persone non sanno con quale sentimento approcciarsi al tema, specie in riferimento al mondo del lavoro.

Prima di alzare le barricate e dichiarare guerra a robot troppo umanizzati e troppo intelligenti – come spesso i film di Hollywood hanno raccontato – è bene fare un po’ di chiarezza e verificare se possano esistere nuove competenze che il tandem uomo-robot possa esprimere al meglio.

Ha provato a fare questo esercizio la società di consulenza Cognizant che, nel volume “Cosa fare quando le macchine fanno tutto”, ha sintetizzato il momento che stiamo vivendo e che vivremo con dei numeri (ne parla la giornalista Caroline Cakebread in un articolo su Business Insider): è vero che nel giro di 15 anni il 12% dei lavori, negli Stati Uniti, sarà sostituito dall’automazione. Ma è anche vero che saranno 21 milioni i nuovi posti di lavoro diretta conseguenza delle nuove  tecnologie.

Lo studio di Cognizant è stato puntuale e stimolante, e volentieri riassumo i contenuti della giornalista, perché simula, con una certa dose di realismo, quali competenze i responsabili delle risorse umane potranno ricercare sul mercato da qui ai prossimi anni.

21 i nuovi lavori che sono stati individuati, a volte curiosi, a volte “inevitabili” (ossia già ipotizzabili nel 2018). Vediamoli insieme.

Il data detective sarà incaricato di analizzate i dati provenienti dall’Internet delle Cose (IoT), in modo da fornire alle aziende informazioni sempre più precise.

Il camminatore/parlatore: in futuro, grazie alle biotecnologie, le persone vivranno sempre più a lungo e avranno bisogno qualcuno con cui chiacchierare. Il parlatore svolgerà questa funzione di relazione, passeggiando con gli anziani.

Analista delle cyber city: i dati prodotti dalle città sempre più tecnologizzate giungeranno da persone, amministrazioni, energia, spazzatura… qualcuno dovrà occuparsi di tutti i sensori e dell’integrazione tra le informazioni.

L’ideatore di entertainment in realtà aumentata: una nuova era ci attende, quella dell’esperienza di divertimento del tutto nuova e interattiva. Questi professionisti avranno il compito di scrivere, disegnare, costruire viaggi ed esperienze virtuali.

Il business development manager dell’intelligenza artificiale avrà il delicato compito di spingere e vendere sul mercato i servizi garantiti dall’intelligenza artificiale (che può fare tutto, ma non autopromuoversi…).

Il consulente motivazionale della salute si occuperà – in un periodo in cui sta crescendo, nella popolazione, l’obesità – di far sì che le persone utilizzino i programmi e le app per il controllo delle attività fisiche e proseguano nel loro percorso di wellness senza smettere.

Il tecnico dedicato all’intelligenza artificiale assistita in ambito sanitario sarà il punto di raccordo tra il paziente e il medico che, proprio grazie all’AI, non dovrà più recarsi al letto del malato per effettuare una diagnosi.

Il personal data broker si occuperà di gestire e monitorare i dati delle persone, dati che saranno nel frattempo diventati moneta di scambio e di valore, specie per i big player della tecnologia.

Il controller delle strada gestirà il traffico, tenendo conto della presenza dei veicoli senza guidatore e dei droni.

Il sarto digitale disegnerà e preparerà l’abito per i clienti lavorando direttamente sulle misure della singola persona in modo digitale.

Il genetic diversity officer sarà l’evoluzione del manager dedicato alle pari opportunità, che verificherà che nei gruppi di lavoro siano garantite le differenze a livello genetico e non solo più etnico, di genere o sociologico.

Il facilitatore tecnologico si occuperà di far dialogare i programmi aziendali con quelli che i dipendenti usano in autonomia (ossia il cosiddetto Shadow IT) proteggendo la sicurezza dei dati.

Il financial wellness coach sarà colui che insegnerà al cittadino a tenere traccia delle transazioni digitali che riguarderanno i bitcoin e le criptovalute.

Il curatore della memoria personale ricreerà un mondo virtuale per le persone che non godono più di buona memoria (a causa dell’età avanzata o dei problemi di salute). Questo mondo potrà essere arricchito con simulazioni realistiche del passato del singolo soggetto.

Lo sherpa del negozio virtuale sarà il “commesso” che eseguirà le nostre istruzioni nel momento in cui, di fronte a un computer, procederemo all’acquisto in un e-store e vorremo proprio quel particolare prodotto, che lui recupererà per noi.

Il responsabile del portfolio genetico potrà associare a ciascun paziente un particolare farmaco, grazie al fatto che – tramite analisi del Dna e informazioni genetiche sempre più dettagliate - le aziende biotech potranno personalizzare le cure.

Il manager dei team uomo-macchina è forse la professione di cui c’è già ora più bisogno: essenziale è, infatti, che uomini e macchine collaborino al meglio, solo in questo modo si potrà raggiungere l’ultra-produttività.

Il responsabile della fiducia – in inglese chief trust officer – è la figura che deve fare in modo che non si arrivi mai alle situazioni simil-Leheman Brothers. Oggi la trasparenza è il mantra che deve essere inseguito: questo professionista garantisce che il denaro venga impiegato in operazioni serie e con il massimo dell’integrità.

L’analista dedicato al quantum machine learning si occuperà di far dialogare le informazioni in modo da risolvere i problemi di business. Obiettivo finale: far sì che i sistemi intelligenti possano imparare dai loro stessi dati.

Il responsabile dell’edge computing, specie per le aziende di dimensione rilevanti, si occuperà di gestire in velocità moli di dati sempre più importanti, in modo da consentire rapide prese di decisione.

Il responsabile etico è la figura aziendale che conferma al mondo che non sempre le scelte di business devono essere nell’ottica della profittabilità: possono anche essere nell’ottica della sostenibilità. A lui il compito di mantenere coerenti le scelte aziendali con quanto indicato nei valori e nella mission dell’impresa.

Abbiamo fatto un piccolo salto nel futuro, ma ci siamo subito resi conto di quanto questo futuro sia prossimo, e di quante opportunità siano a disposizione degli studenti e dei giovani manager. Un po’ di fantasia, ma nemmeno troppa, per immaginare un mondo – anche del lavoro – agile nel senso di veloce, interconnesso, agevolato dalle macchine e dai robot.

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Contributo per il supplemento "Adige" in occasione del Festival dell'Economia 2018

1 - Quanto pesa il divario di genere nel settore scientifico e tecnologico?

Posso dirle quanto oggi “non pesa”. Secondo i dati Ocse, riportati qualche settimana fa da Luisa Pronzato in un articolo del Corriere della Sera, il 53% di chi si laurea nelle materie Stem è femmina: le ragazze scelgono matematica, fisica o medicina. Il problema non è più, a mio parere, indirizzare le bambine e le giovani verso qualunque genere di materia, anche scientifica o tecnologica. È poter poi garantire, in un futuro prossimo, a queste donne, mamme, manager, non solo equi compensi, ma anche reali supporti di welfare, la possibilità di raggiungere, con metodo, ruoli apicali nelle aziende. Questo indipendentemente dal settore scientifico: che dire di quello economico, che dire della politica?

2 - Da che cosa dipende il gender gap nelle scelte universitarie? 

La nostra cultura è permeata da abitudini che vanno a braccetto col “peso” antropologico che ancora oggi le donne portano con sé: curatrici della casa, brave organizzatrici, inserite in un mondo del lavoro prettamente maschile. Difficile scardinare ed erodere convinzioni silenziose che strisciano ancora in qualche famiglia. Il gender gap può dipendere da mille fattori: da un’educazione che sino a oggi ha partizionato le attività “per maschi e per femmine”; da contesti di studio e ricerca che hanno tenuto lontano le ragazze in quanto elementi “estranei” a tutto ciò che era Stem (ossia afferente a Science, Technology, Engineering, Mathematics); da possibilità lavorative fumose, ossia non raccontate in modo corretto a ragazzi e ragazze che, a 19 anni, devono decidere cosa sarà della loro vita. Questo è – anche – il motivo per cui ho fondato Women&Technologies: per affermare compiutamente il ruolo della donna in tutte le sue espressioni; per far emergere il suo potenziale anche nell’ambito tecnologico. Per raccontare storie di persone che hanno contribuito a far evolvere scienza e conoscenza. Per questo, ancora, mi piace parlare non solo di Stem, concetto limitante, ma di SteAm, aggiungendo anche le Arts, ossia quel patrimonio umanistico che reputo essenziale ed inscindibile dalle scienze e dall’innovazione. Desidero precisare un aspetto per me fondamentale: molto spesso vengo chiamata, come in occasione del Festival dell’Economia 2018, a partecipare ad eventi dedicati alla tecnologia correlata al ruolo della donna. La mia storia professionale, però, è nata e si è sviluppata in un diverso contesto: elementi fondanti del mio essere imprenditrice sono sempre stati il dialogo e l’interazione tra le persone (tutte, non solo le donne), essenziali per lo sviluppo sia dei business che delle comunità. Didael KTS, l’azienda che ho fondato e dirigo , è l’esatta espressione di questa strategia, che si esplica nella acquisizione,  formalizzazione  e comunicazione della conoscenza attraverso il digitale . Ad interessarmi è sempre stata la trasformazione della società , oggi sostenuta dalla tecnologia. Anche per questo ho sostenuto fortemente l’attività di ricerca, che dal 1983 mi ha consentito di collaborare personalmente con 400 realtà imprenditoriali, centri di ricerca e università in Europa, Stati Uniti, Canada, Cina e Brasile. Negli anni Novanta sono poi “arrivata” alle donne e all’innovazione tecnologica e sociale. Quest’ultima è il “motore” capace di sostenere il dialogo e di migliorare la quotidianità, anche delle fasce più deboli della popolazione.

3 - Su cosa si può lavorare per avvicinare le ragazze agli ambiti tecnologici?

Si può lavorare subito e bene con e per i bambini. Per esempio, come Associazione Women&Techonologies, Nel  2010 abbiamo ideato  il progetto FutureCamp Europe, appuntamenti che aiutano i giovani e le giovani ad orientarsi tra i mestieri del futuro nei settori tecnologici più significativi, con particolare riferimento ad ambiti quali le biotecnologie applicate all'Agrifood, le bio e nanotecnologie, la nutrizione, la Green Economy, i nuovi materiali, la sostenibilità ambientale, l’Ict... Protagonisti sono i giovani dai 5 ai 18 anni, insieme ai docenti e alle famiglie. Tutti questi progetti vantano stretti legami con il mondo universitario, della ricerca e delle imprese. In questi momenti vediamo la mente dei giovanissimi  aprirsi a mondi nuovi, che diventano opportunità, esperienze appassionanti, strade da percorrere. “Ready for the future”, questo il motto che ci anima.

4 - Esiste un approccio femminile all'ICT e alla tecnologia? Se sì, quale valore aggiunto può dare una maggiore presenza femminile in questi ambiti?

La risposta è ovviamente sì. La donna è portatrice di soft skills che possono essere preziose per il settore. Hanno una capacità di gestire le risorse visionaria e circolare, ossia più ampia e comprensiva di tutte le variabili presenti. Sanno lavorare in gruppo in modo armonioso ed efficace. Sono resilienti, ossia si adattano alle mutazioni del momento (dote preziosa, in un mercato che viaggia veloce). Per quanto riguarda la gestione del potere, ossia la leadership, sono meno competitive e più inclusive rispetto agli uomini. Hanno uno “stile” che può risultare prezioso per far crescere e sviluppare questo mercato. Come ricordo spesso, inoltre, sanno “entrare nel merito”, portare una visione organizzativa capace  di adattarsi alla complessità.

5 - Il progetto Women & Technologies, quali frutti ha dato?

Per far capire la portata di un progetto che cresce dal 2009, anno della sua fondazione, ecco alcuni dati: 50 progetti e 80 eventi (coinvolgendo un pubblico di circa 13.000 persone) ideati e organizzati in partnership con realtà private e pubbliche; 9 conferenze internazionali, 14 talk event; 3.150 persone coinvolte nell'ultimo semestre (18.000 dalla nascita). Oltre ai Future Camp Europe già ricordati, cito l’appuntamento annuale di respiro ormai internazionale, il Premio “Le Tecnovisionarie®”, riconoscimento assegnato a donne capaci di “inventare il futuro” attraverso una visione innovativa, sostenibile ed etica. Dal 2008 il premio ha raccolto 900 segnalazioni ed assegnato 91 premi. Nel corso degli anni l’Associazione ha coinvolto, 250 membri Università italiane ed estere, centri internazionali di ricerca, laboratori e dipartimenti scientifici, studiosi, accademici, enti pubblici e imprese, 350 relatori provenienti da 16 nazioni diverse, 6.000 partecipanti, 300 operatori della stampa, 80.000 visitatori unici, 120.000 accessi e 380.000 pagine visualizzate, 5.000 contatti Social. Questi erano i numeri: per quanto riguarda i frutti dell’intangibile, posso dire che abbiamo costruito una rete di persone in costante dialogo con le istituzioni e con le aziende in merito ai temi dell’innovazione tecnologica e sociale. Il tema è cruciale e mi sta davvero a cuore. Siamo in uno scenario in cui nuovi fenomeni culturali di condivisione, collaborazione e solidarietà si stanno consolidando con un ritmo inarrestabile e stanno radicalmente ridefinendo i rapporti tra individui e collettività. Non dobbiamo infatti dimenticare che il ruolo delle tecnologie digitali e il loro diffuso potere di connettività è centrale nel determinare nuovi bisogni ed aspirazioni antropologici, etici, sociali e democratici, ma è anche all’origine di molteplici forme di innovazione economica. Grazie a questo, siamo giunti al cuore dell’evento di Trento.

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Perché le nuove tecnologie non fanno “industria”: nuovi equilibri centrati sui fattori umani

A proposito di competenze, tecnologie digitali, imprese, competizione e futuro, condivido questo mio contributo del 1999. Come poter recuperare il ritardo e non perdere la speranza nel nostro paese?

 

 

 

 

Economia digitale e brainware generation: le sfide e le opportunità del nuovo millennio. Presentazione Rapporto EITO ‘99.

Innovazione ed apprendimento

Nel nostro Paese da una parte c’è disoccupazione, dall’altra immigrazione. Nel solo settore dell’Informatica e Telecomunicazioni (ICT), si stima in 30 mila il numero di posizioni aperte oggi in Italia e non ricopribili. Le Università sono sollecitate a fornire più diplomati e laureati, riducendo gli abbandoni. Le aziende cercano con insistenza tecnici a tutti i livelli senza trovarli. Nella vicina Svizzera tedesca si offrono 3500 Franchi al mese a diplomandi– laureandi in stage e il bacino d’offerta di lingua tedesca non riesce a rispondere. In Inghilterra (come in Italia) i posti di dottorato vanno deserti perchè le aziende offrono molto denaro ai neo-master o bachelor migliori. Se si parla con i manager di aziende che producono high tech, la carenza ai livelli medio-bassi è cronica ma a quelli medio-alti è pericolosa: ci sono più progetti possibili che veri capi progetto disponibili. Il periodo minimo di formazione post laurea per un capo progetto è due anni (per intenderci: su tecnologie come SAP, Oracle, integrazione reti, …). Un ciclo formativo che non ottimizza né le risorse universitarie né quelle in azienda.

Il problema è abbastanza nuovo. La velocità di trasformazione dell’organizzazione del lavoro indotta dalle tecnologie richiederebbe non tanto di adeguare le competenze inseguendo gli strumenti alla moda, piuttosto di affinare in modo proattivo la capacità per le risorse umane di adattarsi, imparare, anticipare. Ad ogni livello: dal tecnico al manager. Per avere questo, non basta “eseguire”, bisogna avere il coraggio di “proporre”. E soprattutto averne facoltà. Un problema di deleghe di responsabilità.

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Leadership femminile e tecnologia a che punto siamo?

StartupitaliaIntervista a Gianna Martinengo

Esiste una leadership tecnologica femminile? Lo abbiamo chiesto alla fondatrice di Women&Technologies. Una chiacchierata a tutto campo per comprendere il ruolo che le donne hanno nella società di oggi

Leadership tecnologica al femminile. Sempre più spesso si discute di come una leadership femminile, in ambito di tecnologia, potrebbe essere un asset per la crescita equilibrata della società. Specialmente in questi ultimi anni sono nati differenti gruppi (in Italia come altrove) dove si discute di quanto una visione femminile più strutturata possa apportare benefici alle aziende.

Per fare chiarezza sul tema sono andato a parlare con Gianna Martinengo, fondatrice di Women&Technologies, Presidente di Didael KTS, membro del comitato esecutivo e board di Fondazione Fiera Milano.

Gianna, all’interno della Milano Digital Week, ha ideato un evento, il Tram dell’Innovazione, nel quale l’Associazione ha affrontato diversi temi legati alle tecnologie. Data la sua esperienza in Women&Technologies, la domanda è d’obbligo: esiste una “tecnologia al femminile”?

Non ritengo che vi sia una tecnologia al femminile. Può esserci, forse, una modalità per produrre tecnologia con una visione e una leadership femminile. Il mio impegno al femminile nasce nel ’99, in occasione del convegno “Pari sarà lei”, organizzato da Regione Lombardia, quando vengo chiamata in qualità di Presidente del Terziario Innovativo di Assolombarda: ero già un’imprenditrice conosciuta dall’83 per il lavoro svolto nel settore privato della tecnologia. Sino a quel momento non mi ero posta la domanda se esistesse una tecnologia al femminile. Ho quindi cominciato – da umanista tecnologa – a riflettere su questo binomio; su soluzioni tecnologiche che potessero migliorare la qualità di vita delle donne. Qualità della vita, per esempio, poteva voler dire lavoro a distanza (all’epoca, 1999, un tema da pionieri!), da me applicato al progetto del tele-lavoro in Italtel.

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Oltre la tecnologia, le persone

Nel mese di marzo si è tenuto a Bruxelles, presso il Parlamento Europeo, l’incontro dal titolo “Women & Digital Jobs in Europe”. In quella occasione ho avuto il piacere di definire il programma, scegliere le discussant e tenere la relazione introduttiva, in qualità di presidente di DKTS e fondatrice di Women&Tech.

Di altissimo livello il parterre, che ha visto la presenza, tra gli altri, di Silvia Costa, Committee on Culture and Education, European Parliament, Andrea Almeida-Cordeiro, Member of Cabinet of the Commissioner Mariya Gabriel - Digital Economy and Society, Lucilla Sioli, Director for Digital Industry, European Commission e Patrizia Toia, Vice Chair of ITRE, Committee on Industry, Research and Energy, European Parliament.

Questo incontro, è stato fondamentale per tracciare la direttrice dell’innovazione tecnologica che riguarderà il Vecchio Continente e i suoi abitanti nei prossimi anni, con particolare riferimento alle opportunità e alle sfide che attendono le donne.

Nel mio contributo ho sintetizzato il manifesto della mia attività e del mio percorso di ricerca, avviato nel 1983, che da subito ha riguardato il dialogo tra persone mediato dalla tecnologia. Al tempo si parlava di e-learning, ossia di istruzione computer-assistita, oggi analoghi concetti recano il prefisso “e-”, a indicare che ogni attività (nei diversi ambiti, istruzione, lavoro, commercio, comunicazione) possiede una declinazione “elettronica”.

 

Quale situazione stiamo oggi vivendo?

Assistiamo a una moltiplicazione dei device, tra loro interconnessi, virtualizzati nelle famose “nuvole” e non più fisicamente residenti vicino agli utilizzatori. L’impegno nei confronti dell’utilizzo delle nuove soluzioni, che sono distribuite in tutti i settori della società – dalla pubblica amministrazione alla finanza, alla scuola, alla sanità – è altissimo.

Si nota, però, uno scollamento: le persone usano gli strumenti forniti dalla tecnologia, senza capire cosa vi sta dietro.

In sostanza, i prodotti altamente digitalizzati che oggi sono proposti alle aziende e ai cittadini mancano di tutti i temi specifici dell’apprendimento, che però sono fondamentali, perché un processo corretto – e di successo – di conoscenza prevede che le persone imparino osservando il funzionamento di un oggetto/servizio e poi possano replicarlo.

Più i prodotti e servizi sono orientati solo all’utilizzo, più si perde il senso del “come”.

A questa tendenza, basandomi sull’esperienza costruita nel mio percorso di imprenditrice, rispondo in modo diverso, più allargato, proponendo quella che è da sempre stata la mia visione, che esplicito nell’aforisma “Inspired by users, driven by science”.

Ecco ciò che voglio intendere: questo che stiamo affrontando è un discorso culturale, non un discorso tecnologico. Il digitale attraversa le culture e le società, le arricchisce e le modernizza, ma non le fagocita.

Perdere il “senso” di ciò che si sta facendo, di ciò che si sta utilizzando, perché unicamente orientati alla prestazione e al risultato da ottenere, è molto rischioso: porta, infatti, le persone a evidenziare lacune conoscitive notevoli, che quasi con “naturalezza” vengono riempite dai fantomatici “guru”, o da “miti” che si rincorrono tra un device e l’altro, fornendo risposte poco coerenti. La situazione, però, permane ugualmente di stallo, con utenti poco consapevoli e tecnologie sempre più complesse.

Per questo, in funzione di una crescita delle persone e delle società - forte delle 800 applicazioni technology driven ideate e coordinate, 80 delle quali dedicate alla social innovation; dei 76 progetti di ricerca a livello europeo sempre dedicati all’It e alla Social Innovation – ribadisco l’essenzialità della conoscenza e degli strumenti dell’apprendimento applicati all’informatica.

Per questo sostengo che, da sola, la scienza, ancorché arricchita da una quantità di informazioni ormai infinite, non aiuti il progresso delle società: al suo fianco devono lavorare le scienze sociali, economiche, umanistiche, in modo che l’approccio sia multidisciplinare.

La risultante? Un processo che comprenda, insieme alle competenze tecnologiche e di stampo razionale, anche creatività, intuizione, flessibilità. Che ci faccia compiutamente passare dalla Società dell’Informazione alla Società della Conoscenza, in cui le persone sappiano discriminare tra i contenuti, dunque essere cittadini consapevoli. 

Il nostro obiettivo deve essere l’uomo, che è anche cliente, consumatore, protagonista di reti sociali, fruitore di servizi. Con una visione olistica, anche il digital e l’informatica pura si umanizzano, ossia si rendono più disponibili verso le persone.

In questa visione che propongo – che peraltro guida da sempre la mia azienda, DKTS, specializzata nella trasformazione di contenuti – il ruolo delle donne è primario, insieme a quello dei giovani. Sostengo infatti che le donne possano apportare competenze derivanti da skill specifici nel mondo delle tecnologie. E, con i giovani, sprigionare l’energia necessaria per accrescere la cultura nei Paesi, e il numero e qualità delle opportunità (anche delle fasce più deboli della popolazione).

Con questo stesso spirito è nata, nel 2009, Women&Tech, oggi conosciuta anche a livello internazionale per i suoi progetti e l’attività che svolge nella valorizzazione del talento femminile e della tecnologia a supporto delle nuove professioni e dei cittadini.    

Gianna Martinengo, presidente DKTS

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