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Giovedì, 19 Aprile 2018

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Leadership femminile e tecnologia a che punto siamo?

StartupitaliaIntervista a Gianna Martinengo

Esiste una leadership tecnologica femminile? Lo abbiamo chiesto alla fondatrice di Women&Technologies. Una chiacchierata a tutto campo per comprendere il ruolo che le donne hanno nella società di oggi

Leadership tecnologica al femminile. Sempre più spesso si discute di come una leadership femminile, in ambito di tecnologia, potrebbe essere un asset per la crescita equilibrata della società. Specialmente in questi ultimi anni sono nati differenti gruppi (in Italia come altrove) dove si discute di quanto una visione femminile più strutturata possa apportare benefici alle aziende.

Per fare chiarezza sul tema sono andato a parlare con Gianna Martinengo, fondatrice di Women&Technologies, Presidente di Didael KTS, membro del comitato esecutivo e board di Fondazione Fiera Milano.

Gianna, all’interno della Milano Digital Week, ha ideato un evento, il Tram dell’Innovazione, nel quale l’Associazione ha affrontato diversi temi legati alle tecnologie. Data la sua esperienza in Women&Technologies, la domanda è d’obbligo: esiste una “tecnologia al femminile”?

Non ritengo che vi sia una tecnologia al femminile. Può esserci, forse, una modalità per produrre tecnologia con una visione e una leadership femminile. Il mio impegno al femminile nasce nel ’99, in occasione del convegno “Pari sarà lei”, organizzato da Regione Lombardia, quando vengo chiamata in qualità di Presidente del Terziario Innovativo di Assolombarda: ero già un’imprenditrice conosciuta dall’83 per il lavoro svolto nel settore privato della tecnologia. Sino a quel momento non mi ero posta la domanda se esistesse una tecnologia al femminile. Ho quindi cominciato – da umanista tecnologa – a riflettere su questo binomio; su soluzioni tecnologiche che potessero migliorare la qualità di vita delle donne. Qualità della vita, per esempio, poteva voler dire lavoro a distanza (all’epoca, 1999, un tema da pionieri!), da me applicato al progetto del tele-lavoro in Italtel.

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Oltre la tecnologia, le persone

Nel mese di marzo si è tenuto a Bruxelles, presso il Parlamento Europeo, l’incontro dal titolo “Women & Digital Jobs in Europe”. In quella occasione ho avuto il piacere di definire il programma, scegliere le discussant e tenere la relazione introduttiva, in qualità di presidente di DKTS e fondatrice di Women&Tech.

Di altissimo livello il parterre, che ha visto la presenza, tra gli altri, di Silvia Costa, Committee on Culture and Education, European Parliament, Andrea Almeida-Cordeiro, Member of Cabinet of the Commissioner Mariya Gabriel - Digital Economy and Society, Lucilla Sioli, Director for Digital Industry, European Commission e Patrizia Toia, Vice Chair of ITRE, Committee on Industry, Research and Energy, European Parliament.

Questo incontro, è stato fondamentale per tracciare la direttrice dell’innovazione tecnologica che riguarderà il Vecchio Continente e i suoi abitanti nei prossimi anni, con particolare riferimento alle opportunità e alle sfide che attendono le donne.

Nel mio contributo ho sintetizzato il manifesto della mia attività e del mio percorso di ricerca, avviato nel 1983, che da subito ha riguardato il dialogo tra persone mediato dalla tecnologia. Al tempo si parlava di e-learning, ossia di istruzione computer-assistita, oggi analoghi concetti recano il prefisso “e-”, a indicare che ogni attività (nei diversi ambiti, istruzione, lavoro, commercio, comunicazione) possiede una declinazione “elettronica”.

 

Quale situazione stiamo oggi vivendo?

Assistiamo a una moltiplicazione dei device, tra loro interconnessi, virtualizzati nelle famose “nuvole” e non più fisicamente residenti vicino agli utilizzatori. L’impegno nei confronti dell’utilizzo delle nuove soluzioni, che sono distribuite in tutti i settori della società – dalla pubblica amministrazione alla finanza, alla scuola, alla sanità – è altissimo.

Si nota, però, uno scollamento: le persone usano gli strumenti forniti dalla tecnologia, senza capire cosa vi sta dietro.

In sostanza, i prodotti altamente digitalizzati che oggi sono proposti alle aziende e ai cittadini mancano di tutti i temi specifici dell’apprendimento, che però sono fondamentali, perché un processo corretto – e di successo – di conoscenza prevede che le persone imparino osservando il funzionamento di un oggetto/servizio e poi possano replicarlo.

Più i prodotti e servizi sono orientati solo all’utilizzo, più si perde il senso del “come”.

A questa tendenza, basandomi sull’esperienza costruita nel mio percorso di imprenditrice, rispondo in modo diverso, più allargato, proponendo quella che è da sempre stata la mia visione, che esplicito nell’aforisma “Inspired by users, driven by science”.

Ecco ciò che voglio intendere: questo che stiamo affrontando è un discorso culturale, non un discorso tecnologico. Il digitale attraversa le culture e le società, le arricchisce e le modernizza, ma non le fagocita.

Perdere il “senso” di ciò che si sta facendo, di ciò che si sta utilizzando, perché unicamente orientati alla prestazione e al risultato da ottenere, è molto rischioso: porta, infatti, le persone a evidenziare lacune conoscitive notevoli, che quasi con “naturalezza” vengono riempite dai fantomatici “guru”, o da “miti” che si rincorrono tra un device e l’altro, fornendo risposte poco coerenti. La situazione, però, permane ugualmente di stallo, con utenti poco consapevoli e tecnologie sempre più complesse.

Per questo, in funzione di una crescita delle persone e delle società - forte delle 800 applicazioni technology driven ideate e coordinate, 80 delle quali dedicate alla social innovation; dei 76 progetti di ricerca a livello europeo sempre dedicati all’It e alla Social Innovation – ribadisco l’essenzialità della conoscenza e degli strumenti dell’apprendimento applicati all’informatica.

Per questo sostengo che, da sola, la scienza, ancorché arricchita da una quantità di informazioni ormai infinite, non aiuti il progresso delle società: al suo fianco devono lavorare le scienze sociali, economiche, umanistiche, in modo che l’approccio sia multidisciplinare.

La risultante? Un processo che comprenda, insieme alle competenze tecnologiche e di stampo razionale, anche creatività, intuizione, flessibilità. Che ci faccia compiutamente passare dalla Società dell’Informazione alla Società della Conoscenza, in cui le persone sappiano discriminare tra i contenuti, dunque essere cittadini consapevoli. 

Il nostro obiettivo deve essere l’uomo, che è anche cliente, consumatore, protagonista di reti sociali, fruitore di servizi. Con una visione olistica, anche il digital e l’informatica pura si umanizzano, ossia si rendono più disponibili verso le persone.

In questa visione che propongo – che peraltro guida da sempre la mia azienda, DKTS, specializzata nella trasformazione di contenuti – il ruolo delle donne è primario, insieme a quello dei giovani. Sostengo infatti che le donne possano apportare competenze derivanti da skill specifici nel mondo delle tecnologie. E, con i giovani, sprigionare l’energia necessaria per accrescere la cultura nei Paesi, e il numero e qualità delle opportunità (anche delle fasce più deboli della popolazione).

Con questo stesso spirito è nata, nel 2009, Women&Tech, oggi conosciuta anche a livello internazionale per i suoi progetti e l’attività che svolge nella valorizzazione del talento femminile e della tecnologia a supporto delle nuove professioni e dei cittadini.    

Gianna Martinengo, presidente DKTS

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Robot, dobbiamo parlare…

Opportunità, sfida, fastidio o problema? I robot e l’automazione ci guardano, noi guardiamo loro e al momento tantissime persone non sanno con quale sentimento approcciarsi al tema, specie in riferimento al mondo del lavoro.

Prima di alzare le barricate e dichiarare guerra a robot troppo umanizzati e troppo intelligenti è bene fare un po’ di chiarezza e verificare se possano esistere nuove competenze che il tandem uomo-robot possa esprimere al meglio.

Ha provato a fare questo esercizio la società di consulenza Cognizant che, nel volume “Cosa fare quando le macchine fanno tutto”, ha sintetizzato il momento che stiamo vivendo e che vivremo con dei numeri (ne parla la giornalista Caroline Cakebread in un articolo su Business Insider del 19 novembre scorso): è vero che nel giro di 15 anni il 12% dei lavori, negli Stati Uniti, sarà sostituito dall’automazione. Ma è anche vero che saranno 21 milioni i nuovi posti di lavoro diretta conseguenza delle nuove tecnologie.

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Investire non solo in tecnologie ma in persone

Molti parlano del CES 2018 di Las Vegas. Anche la Presidente della regione attorno a Parigi, Valerie Pecresse, è andata al Consumer Electronics Show ma fondamentalmente … per vendere, non per comperare!

Cosa  vendere? L’attrattività della regione Ile de France per nuove imprese innovative, il piano battezzato “Parigi, regione start-up”. Anche lei cerca di rivendicare la più importante delle priorità politiche: l’innovazione.

Ma cosa è questa innovazione? Questo è il punto.

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FutureCamp Europe: Prospettive di lavoro per giovani

FutureCamp Europe è il progetto che Women&Tech – Associazione Donne e Tecnologie ha ideato nel 2010 per orientare il futuro dei giovani a partire dalle professioni che si possono prevedere.

Osservando lo sviluppo rapido del villaggio globale, si capisce che molti mestieri di domani non esistono ancora e possono solo essere intravisti con intuizioni visionarie. Naturalmente queste intuizioni diventano utili solo se sono accompagnate da un documentato realismo .

Nel corso della vita, da giovani ed anche in seguito, l’orientamento alla formazione ed alle professioni è fondato su interessi e motivazione, conoscenze e competenze che legano domanda ed offerta di lavoro: è importante allora prima di preparare l’offerta di oggi, riflettere sulla domanda di domani.  

Anzitutto bisogna suscitare vocazioni, interessi, talenti indirizzandoli verso un’occupazione reale. Se esiste la motivazione, molti traguardi diventano raggiungibili.

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