In questi giorni di parziale sollievo (ma anche di molte piccole grandi angosce) una delle domande più frequenti che i media ci propongono è: cosa è cambiato e cosa cambierà dopo la pandemia? In particolare, a causa della pandemia?

Di seguito cercherò di esprimere un punto di vista ottimista, il mio, analizzando i cambiamenti già avvenuti e in via di consolidamento GRAZIE alla pandemia.

Partiamo da lontano: preistoria, greci, romani, medioevo fino alla invenzione della stampa (circa XV secolo). La comunicazione era totalmente unidirezionale: chi emette messaggi non ha certo la possibilità di conoscere, capire, valutare le reazioni di chi riceve i messaggi. Dai graffiti preistorici, agli affreschi romani, ai testi scritti dagli amanuensi medievali, incunaboli e cinquecentine: un saggio pensa e scrive o disegna ed altri (fortunati) consumano l’Informazione. Rara eccezione: il racconto di Platone sui dialoghi con il suo Maestro Socrate ed il rivoluzionario metodo di insegnamento socratico, la maieutica.

L’invenzione della stampa ha moltiplicato il rapporto fra consumatori e produttori di Informazione: il libro, e successivamente il giornale si redige una volta per riprodurlo mille volte, e ogni copia può essere consumata da più persone. Un progresso enorme. Ma i dialoghi fra “maestro” ed allievo restano rari semplicemente perché non esiste ancora la scuola per tutti e solo pochi fortunati allievi possono dotarsi di maestri preziosi perché rari. Questo cambia attorno al XIX secolo con lo sviluppo delle scuole (e delle università) generalizzate: un solo “maestro” può interagire con più allievi. A scuola, in presenza, si può fare domande ed ottenere risposte da quel saggio – esperto che è il Maestro.

Lo sviluppo della scuola si affianca a quello delle scuole tecniche necessarie per formare allo sviluppo ed all’uso delle nuove macchine della prima rivoluzione industriale. La trasmissione orale in famiglia dell’esperienza agricola non basta, sono necessarie nuove competenze tecniche che si imparano a scuola.

L’emancipazione progressiva delle società umane esige anche che aumenti l’accesso generalizzato alla cultura non solo alle conoscenze professionali. Donne e poveri restano indietro, ma progressivamente entrano nella sfera virtuosa delle persone “colte” perché formate a scuola. Si comincia a parlare di “ascensore sociale”. L’unico vincolo (enorme, se ci pensiamo!) è la presenza. Maestro ed allievo devono stare nello stesso luogo per molto tempo. In realtà, questo si sapeva fin dai tempi delle prime Università (attorno al XII secolo) che erano luoghi di “trasmissione” e “costruzione” collettiva della Conoscenza, grazie alla co-presenza fisica di allievi e Maestri, naturalmente solo per pochissimi privilegiati.

Con il telefono, la radio e la televisione (XX secolo) che si affiancano alla produzione di testi scritti (libri e giornali) la distanza non è più un vincolo ma resta un altro vincolo molto forte: sono strumenti di comunicazione unidirezionale. Fanno eccezione le “lettere al direttore” e, recentemente, le trasmissioni radio-televisive che chiamano qualche ascoltatore a casa. Tuttavia, è sempre “la redazione”, il giornalista, il conduttore che gestisce la conversazione. La comunicazione non è mai fra pari.

La politica rispecchia la società che rappresenta: i politici del XX secolo facevano comizi, apparivano in televisione ma quasi mai interagivano davvero con i loro ascoltatori. I giornalisti: pure. Anche oggi, la frase più irritante delle trasmissioni “collettive” da parte dei giornalisti è: “sia telegrafico” sottintendendo “perché abbiamo fretta di chiudere o di passare ad altro”. Altra frase molto chiara – ahimè – su chi pilota e chi segue la conversazione: “noi facciamo le domande”. Questo presuppone che il contributo costruttivo dell’interlocutore sia scontato oppure addirittura irrilevante quando il contrario è vero perché … e qui siamo al punto essenziale di questo contributo solo apparentemente filosofico.

La Conoscenza – che è ciò che ci serve costruire nel dialogo interattivo perché ci serve per decidere – non è trasmessa dal saggio all’allievo ma è costruita da quest’ultimo (l’allievo) stimolato dalle parole del saggio, grazie ad un processo interattivo. Interattivo significa che l’uno AGISCE sull’altro e viceversa, nel senso dei famosi ATTI linguistici di Austin e Searle. Ad una domanda non si risponde solo con una risposta ma anche – quasi sempre – con un’altra domanda che serve a chiarire la prima e anche può modificare la Conoscenza di entrambi gli interlocutori dunque la domanda iniziale.

Mi sono chiesto spesso perché nei nostri partiti politici c’è così poca reale adesione della “gente” ma anche dei militanti (gli iscritti). Una volta c’erano le Scuole di partito, c’erano riunioni nelle quali era non solo consentito ma incoraggiato un comportamento critico, dialettico, argomentativo su questioni di interesse collettivo. Oggi la cultura dominante è ancora quella dell’Autore (giornalista, scrittore, filosofo, politico, cineasta, artista visivo o musicale …) che “trasmette” il suo messaggio al pubblico, il quale lo riceve e lo assorbe.

Ora, se questo è un messaggio artistico, il risultato può essere più o meno emozionale, se al contrario è un messaggio razionale – come una ipotesi politica o scientifica o economica – allora la realtà è diversa, molto diversa. Insomma: il messaggio è INFORMAZIONE ma la CONOSCENZA (l’effetto eventuale del messaggio sul consumatore del medesimo) è il risultato di una attività complessa, confronto con pre-conoscenze, scopi, piani, strategie, tattiche, informazioni (queste si al plurale!), dati che il consumatore usa per costruire la SUA conoscenza, che non è mai solo collettiva ma sempre anche individuale. E, di solito, ha bisogno di chiarimenti, di porre domande, di contestare una parte delle asserzioni, insomma di interagire in modo dialettico con chi cerca di far passare il messaggio. La costruzione della conoscenza non è “one shot” (un colpo solo) come la ricezione di un codice da parte di un calcolatore, ma un processo intrinsecamente interattivo. Il valore maieutico dell’interazione è straordinario e vale per tutti: per chi produce e per chi consuma messaggi.

Giornalisti, autori, politici, professionisti “del passato” non sono abituati veramente ad interagire in modo intensivo; piuttosto sono abituati a confrontarsi a medio-lungo termine con quello che possiamo chiamare “l’audience” oppure “la reputazione della folla” (vedi i like di Facebook o i voti in linea dei 5*) che tuttavia rappresenta uno stimolo, una verifica, un feedback soltanto per loro. Il povero “allievo consumatore dell’Informazione” resta con le sue domande senza risposta.

Ecco a cosa è davvero servita la Pandemia: a farci capire che la distanza non ci impedisce di inter-agire in tempo reale ed in modo orizzontale: non solo “maestro – esperto-produttore//allievo – consumatore” ma anche ognuno con tutti gli altri. Un cambiamento epocale, pari a quello della stampa.

Attenzione: potere non è volere, e passerà molto tempo perché chi è abituato alla comunicazione unidirezionale (ad esempio: i politici, i decisori pubblici e privati) adotti i nuovi metodi interattivi perché intuisce che è suo interesse farlo. Ma esattamente come l’invenzione della stampa non ha immediatamente permesso a tutti di farsi una cultura, l’invenzione dell’Informatica moderna con le videoconferenze, le slides, i testi, le immagini, i messaggi vocali inviti da chiunque a chiunque … non permetterà subito a tutti di capire prevedere e decidere su argomenti delicati. Ci vorrà del tempo. Ma il processo è irreversibile.

L’esempio di oggi è il referendum costituzionale: chi di noi ha veramente capito e previsto le conseguenze per generare una decisione razionale: si o no? Ancora una volta: i politici ce lo hanno sbattuto sul tappeto con due parole e mezzo di spiegazione, spesso contraddittorie, ma una collaborazione, interazione, costruzione del consenso quasi inesistente. Un comportamento certo costituzionale (anno 1947) ma oggi (2020), con gli strumenti di oggi, parecchio ipocrita. Forse era meglio che non ci chiedessero alcuna opinione, visto che pochi di noi ne hanno una chiara e ben fondata.

Stefano A. CERRI
(Parma, 1947) è Professore Emerito di Informatica dell’Un. di Montpellier; Distinguished Fellow della Fondazione Bruno Kessler, Trento e Vice Presidente Ricerca e Sviluppo della Società Didael KTS (per maggiori dettagli sul CV, vedi: https://www.didaelkts.it/stefano-a-cerri/ ).
Mail: sacerri47@gmail.com