Incontriamo Gianna Martinengo. Da più di trent’anni ai vertici dell’innovazione e dell’imprenditoria femminile, dalla Silicon Valley fino ai primi esperimenti di e-learning in Italia, Gianna Martinengo non ha certo bisogno di presentazioni. Le piace definirsi “umanista tecnologa” ma anche “imprenditrice del fare”, che è diventato il principio ispirante di tutto il suo percorso personale e professionale, costellato di progetti innovativi e premi prestigiosi.

Manager visionaria, ha fondato numerose start-up e collaborato con realtà imprenditoriali in tutto il mondo, dedicando un particolare impegno al sostegno dei giovani e delle donne, con la convinzione che queste ultime “non sono uguali, ma complementari agli uomini”. Fondatrice e presidentessa di Didael KTS, nel 2007 ha ideato il progetto internazionale Women&Technologies per valorizzare le donne, superare gli stereotipi e mettere in evidenza quanto sia produttivo il binomio tra femminile e tecnologie, mentre nel 2009 ha fondato l’Associazione Donne e Tecnologie, diventata Women&Tech ETS nel 2022.
Instancabile innovatrice, Gianna Martinengo è anche l’ideatrice del Tram dell’Innovazione, “luogo in mobilità” – che da quest’anno ha viaggiato nel metaverso – nel quale i cittadini hanno l’opportunità di ascoltare alcune testimonianze dei protagonisti della trasformazione digitale nell’ambito della Milano Digital Week, iniziativa di cui ABB è partner.

Una vita investita nell’innovazione, nella cultura del fare e del mettere a fattor comune conoscenza e competenza. Qual è la visione di Gianna Martinengo su una fase di evoluzione del nostro fare impresa in cui la consapevolezza del valore dell’inclusività diventa un fattore competitivo per l’intero sistema Paese?

L’innovazione tecnologica e l’innovazione sociale hanno guidato la mia attività imprenditoriale e associativa, esplorando il nesso tra innovazione e impatto sociale, focalizzandosi non solo sulle tecnologie ma anche sulle persone. L’impatto sociale riguarda l’effetto delle attività di un’entità sul benessere della società, con potenziali conseguenze sia positive che negative. L’importanza dell’impatto sociale è salita alla ribalta, date le sfide globali crescenti, come il cambiamento climatico e la disuguaglianza. Promuovere l’innovazione per l’impatto sociale richiede una mentalità aperta alla creatività, alla collaborazione e all’assunzione di rischi. È cruciale collaborare tra settori diversi, amalgamando diverse prospettive per risolvere problemi complessi. È fondamentale una cultura che valuti la sperimentazione e l’apprendimento dai fallimenti, permettendo alle comunità di guidare il cambiamento, rispondendo così in modo efficace ai loro bisogni specifici. La tecnologia e i dati sono strumenti vitali in questo, e misurare e comunicarne l’impatto è essenziale per creare slancio.
L’inclusione non è solo un tema alla moda ma è davvero il punto di partenza. L’ho sempre sostenuto e oggi lo sostengo ancora con maggiore convinzione: se manca la collaborazione non può esserci competizione. Quando tutti ragionano su cos’è l’innovazione, io parto sempre da questo concetto: l’innovazione, così come la ricerca, è un luogo nel quale prima si collabora e poi si compete. Non si può fare innovazione senza inclusione, ma questo processo deve essere continuo e non una tantum. L’innovazione non è solo creazione di prodotti o processi nuovi bensì miglioramento etico della qualità della vita, creazione di benessere e solidarietà. Per questo sostengo che per essere competitivo, il nostro Paese deve riuscire a confrontarsi correttamente con le 3G: genti (affrontando immigrazione e differenza etnica), generi (persino le categorie stanno saltando…), generazioni (che devono dialogare). E mettere in campo un patto generazionale tra giovani e meno giovani, a livello istituzionale, imprenditoriale e di ricerca. La tematica dell’inclusione deve a mio avviso partire dalla visione delle 3G.

Non si può fare innovazione senza inclusione, ma questo processo deve essere continuo e non una tantum.

Le leve di cambiamento sono dunque l’innovazione e l’impatto sociale.

Sì. L’innovazione e l’impatto sociale sono leve di cambiamento e con la collaborazione, l’impegno nella sperimentazione e nell’apprendimento dai fallimenti, possiamo costruire una società più equa e sostenibile. L’emergere di modelli di business basati sulla conoscenza sottolinea l’importanza di un dialogo continuo tra diverse entità per promuovere un cambiamento significativo e positivo nella società.

A proposito di conoscenza, oggi a livello educativo, purtroppo, abbiamo diversi problemi. È d’accordo?

Si. Se nelle aziende imperversa lo skill gap (mancanza di personale, donne in particolare, con determinate competenze), nelle università siamo di fronte all’expert gap: ci sono pochissimi docenti esperti in quelle discipline di cui oggi il mondo ha bisogno. Questo accade perché chi si è specializzato in quei settori ha scelto di lavorare nel privato. Ma non solo: una ricerca dello scorso anno ha messo in luce che nelle università statali ci sono circa 600 corsi di materie come psicologia, sociologia e scienze politiche mentre solamente 30 corsi sono stati destinati a cybersecurity e data science. E questo negli ultimi cinque anni. Risulta evidente che lo skill gap e l’expert gap generano purtroppo un circolo vizioso. Per questo motivo bisogna dare merito ad aziende come ABB che tanto fanno per la cultura dell’innovazione dal punto di vista dell’inclusione. E l’inclusione coinvolge anche il tema della sostenibilità: è la stessa cosa.

Mi piace parlare di ecologia umana

Innovazione e sostenibilità, connubio indissolubile. Crede che questa sfida possa essere una chiave vincente nell’ispirare le giovani a intraprendere studi STEM e divenire protagoniste di un cambiamento?

C’è ancora molta strada da fare per incentivare la partecipazione femminile al settore scientifico. Qualcosa è cambiato rispetto al passato ma siamo ancora distanti dall’obiettivo. La diversità si valorizza includendo chiunque possa dare un contributo e un punto di vista: dobbiamo abbattere le barriere che ancora limitano l’accesso delle ragazze alle materie STEM. Faccio una premessa a proposito di sostenibilità. Mi piace parlare di ecologia umana, splendida espressione del biologo visionario Francesco Di Castri, ispiratore di una nuova e moderna visione umano-centrica, che non è semplicemente il “green”. La centralità della persona, in termini di responsabilità per quello che succede intorno, è il punto di partenza. Quando fondai la mia azienda nel 1983 misi l’accento proprio sulle persone prima che sulla tecnologia, e ancora oggi mi piace dire “smart people for smart cities”, perché sono un’umanista di formazione e tecnologa per scelta. La centralità della persona è la chiave vincente del fare impresa, oggi più che mai.
Tornando alla sua domanda, la mia visione è che nell’ecologia “green” è indispensabile capire bene la differenza fra i componenti (l’anatomia) e le funzioni (la fisiologia). Non basta avere auto elettriche economiche (un componente) per ridurre l’inquinamento (una funzione), esattamente come non basta affidarsi alla genetica (un componente) per risolvere i problemi provocati dai virus sulla salute umana (una funzione). La realtà è molto più complessa, e in particolare, nel caso della “green economy” dipende molto dalle persone, dalle loro organizzazioni, dai loro progetti condivisi, dalle loro capacità… Tutte queste persone sono interdipendenti e – come prevedeva Francesco Di Castri prima ancora che emergesse il Web – operano in modo collettivo e convergente per creare consenso, emancipazione e progetti ecologici attraverso cicli di comunicazione e controllo della conoscenza collettiva. Sono gli umani – e solo gli umani – che da secoli hanno cambiato radicalmente il loro comportamento, il loro impatto, le loro interazioni con l’ambiente, inclusi gli altri umani. Sfortunatamente, cliccando su “ecologia umana” in Wikipedia non troviamo alcuna informazione: tutto da fare. Non resta che concludere che alla data di oggi chi parla di ecologia intende quasi esclusivamente temi legati all’ambiente “organico” piuttosto che legati alle società di umani che in quell’ambiente operano. Esattamente il contrario del mio punto di vista.

Quali sono i tratti identitari del modo di vivere la leadership delle donne che ha incontrato nel suo percorso? E come dovrebbe comportarsi, in generale, un leader autorevole?

Mi piace usare l’espressione “Leadership al femminile”. La “Leadership al femminile” rappresenta un paradigma in cui la leadership non è più appannaggio esclusivo dei vertici organizzativi, ma una competenza diffusa, necessaria a tutti i livelli. Oggi, il modello organizzativo richiede individui che sappiano gestire responsabilità, mostrando competenza e proattività. Le qualità necessarie includono flessibilità, creatività, tenacia e una capacità integrata e non settoriale. È fondamentale saper cogliere opportunità, mantenere relazioni, ascoltare ed entrare in sinergia, e negoziare.
La leadership si apprende attraverso esperienza e formazione, non è una dotazione innata o carismatica. In un’era di problemi complessi e sistemi regolati da procedure obsolete, emerge la necessità di trasparenza, chiarezza e partecipazione. L’autorevolezza, non autorità, diventa centrale, con un focus su modelli agili e leadership a distanza, dove la fiducia, la responsabilità, la capacità di ascolto e di comunicazione non verbale sono cruciali. Un leader deve saper decidere, rischiare l’impopolarità e affrontare la solitudine costruttiva, unendo riflessione e rinnovamento.
Il potere è visto come responsabilità, con una maggiore apertura al nuovo, una forte propensione alla costruzione creativa e alla valorizzazione delle potenzialità. È essenziale l’attitudine ad accrescere risorse, la ricerca dell’unicità, la capacità di radicamento orizzontale, alimentare comunità e avere uno stile cooperativo e collaborativo. La leadership valorizza il “continuum della vita”, con una comprensione profonda dell’esistenza e della dinamica della vita. Un leader vede la sfida materiale del compito e agisce con uno sguardo empatico, promuovendo crescita e sviluppo continuo.

Women&Tech è un’associazione che ha visto la luce nel 1999, in un momento in cui il tema non era ancora sulla bocca di tutti. Cosa ha ispirato questo network e cosa continua a ispirarlo oggi?

Due aspetti: il primo è che le tecnologie sono indispensabili per le donne (permettono di conciliare lavoro e famiglia e le donne con la loro visione olistica sono indispensabili per le tecnologie), il secondo è l’aver anticipato la necessità di integrare Scienza dell’informazione con Scienza della Vita. Vorrei sottolineare che l’inclusione, in generale, passa anche dall’essere in grado di padroneggiare tecnologie di tutti i tipi: digitale, nuovi materiali, biotech, energia&ambiente. La grande intuizione che ho avuto all’interno di Women&Tech, è stata quella di capire già allora come questi mondi si potessero intrecciare, in un grande sforzo di superamento delle visioni disciplinari.

È essenziale l’attitudine ad accrescere risorse, la ricerca dell’unicità, la capacità di radicamento orizzontale, alimentare comunità e avere uno stile cooperativo e collaborativo.

Cultura, imprese, istituzioni, persone… tutti ingredienti di un cambiamento necessario? Possono e devono interagire per un’evoluzione sostenibile, duratura e strutturale di una vera inclusività, che costruisce valore?

Abbiamo bisogno di Intelligenze, abbiamo bisogno di competenze, abbiamo bisogno di inclusione (genti, generi e generazioni, come dicevo in precedenza). Abbiamo bisogno di un’etica condivisa tra persone, aziende e istituzioni, abbiamo bisogno di fiducia: un paese senza fiducia soffoca! Mi viene spesso in mente il commento di un ragazzo, che emerse nel corso del progetto “Nonn@nline”, che feci tantissimi anni fa insieme alla signora Ciampi, che disse: “noi giovani sappiamo navigare in Internet ma gli anziani sanno cosa cercare”. È un po’ lo stesso discorso per Chat GPT: l’intelligenza artificiale funziona se tu conosci perfettamente un settore, viceversa non sei in grado di valutare le sue risposte. Ho fondato tre laboratori di intelligenza artificiale, dunque è un ambito che conosco bene: il tema della cultura, torniamo qui, è fondamentale anche per usare (e poter sfruttare) strumenti straordinariamente innovativi.

Ultima battuta: un messaggio per la Generazione Z e uno per i boomer…

Per la Generazione Z: siate curiosi, non smettete mai di imparare e abbiate il coraggio della sfida. Per i Boomer: sappiate contribuire a creare un patto generazionale con i più giovani ma senza assumere un atteggiamento paternalistico.