Mettendo insieme tutti gli scienziati che fanno parte dell’International Astronomical Union, IAU, si osserva una percentuale di donne pari al 18%. Il numero però si sta “muovendo”, se è vero che nel 2015 i nuovi ingressi sono stati per il 26% donne e nel 2018 per il 31%. Che si guardi dalla terra al cielo, o dal cielo alla terra, il risultato non cambia: le donne sono da sempre protagoniste degli studi legati all’astrofisica, ovvero allo studio della materia celeste, ma anche in questo campo fanno fatica a emergere ed acquisire visibilità. Anche se l’esperienza delle donne nello spazio e dello spazio parte da molto, molto lontano.

Donne nella scienza e donne nello spazio: un po’ di storia

Capostipite “storica” degli studi legati al campo astronomico fu infatti Ipazia di Alessandria, come molti ricordano, che visse ad Alessandria d’Egitto nel IV secolo d.C., e che costruì il primo astrolabio piatto, con cui è possibile localizzare la posizione del Sole. La civiltà progredì, secolo dopo secolo, ma le donne non ebbero molta fortuna e con estrema fatica riuscirono ad uscire dal recinto che le relegava a curatrici della casa (pianoforte, lettura, ricamo, lavori umilissimi, a seconda del ceto sociale).

Qualche inizio di emancipazione culturale si ebbe a partire dal XIX secolo, anche se matematica, fisica, medicina e astrofisica rimasero materie molto lontane dal mondo femminile, a causa di una (errata) considerazione sull’inferiorità della donna in riferimento alle capacità intellettive. Tant’è, finalmente donne caparbie riuscirono a farsi strada. Nella scienza e nello spazio.

Bisogna però arrivare al secolo scorso per trovare la “capostipite” moderna dell’astrofisica italiana e internazionale, rappresentata da Margherita Hack, prima donna a dirigere un Osservatorio astronomico, quello di Trieste. Vero role model, Margherita Hack riuscì, probabilmente senza volerlo, a fungere da grandissimo e positivo esempio per tutte le ragazze desiderose di cimentarsi con gli studi scientifici e del “mondo stellare” nel suo complesso.

Come ben racconta il portale di “Donne nella Scienza”, altre figure non possono non essere citate, a noi vicine a livello temporale: Fabiola Gianotti, che ha guidato il gruppo del Cern di Ginevra che ha scoperto il bosone di Higgs; Lucia Votano, che fa parte del Peer Review Committee per la fisica delle astro particelle (ApPEC); Samantha Cristoforetti, la prima astronauta italiana a volare nello spazio.

Qual è la situazione attuale della donne di scienza?

Tutto sistemato, dunque? In realtà non ancora. Ci sono ottimi segnali del fatto che anche l’astrofisica si stia “ingentilendo” grazie a una maggiore presenza femminile. Per esempio, nel 2017 all’INAF, Istituto Nazionale di Astrofisica, 10 assunzioni su 19 sono risultate di donne. Come capita, però, quasi in tutti i settori, anche di fronte a inizi di carriera “alla pari”, per quanto riguarda il genere, con il passare degli anni e della crescita professionale, il numero delle donne si assottiglia. Il motivo? Sempre lo stesso: le donne, anche nella scienza, sono chiamate a compiere una scelta: dedicarsi alla famiglia o alla carriera? Seguire i figli, i genitori, la casa… o lavorare unicamente?Con pochissimi sostegni da parte delle politiche di welfare, la problematica resta e la situazione non migliora. Né per chi studia le stelle, né per chi studia economia, letteratura o intende guidare un consiglio di amministrazione. Per le donne di scienza e non, dunque.

Cosa succede, invece, quando si studia una missione spaziale? Cambia qualcosa per le donne? Come riferisce in un articolo dello scorso agosto il magazine dell’INAF, “secondo le statistiche, la componente femminile operativa nel team dei principal investigator di una missione – ovvero dei responsabili scientifici dei vari strumenti a bordo dei satelliti – varia tra il 4 per cento e il 25 per cento, e in numerose missioni non c’è nessuna donna nei ruoli di principal investigator. Quanto alle donne scienziate nel ruolo di co-investigator, sono sempre meno del 16 per cento”. Le percentuali sono esattamente quelle che erano presenti 40 anni fa. Nessun cambiamento, nessun miglioramento. Eppure, all’interno di un laboratorio o tra le nuvole le donne possono portare competenza estrema e soft skill assolutamente essenziali, quali la capacità di lavorare in team, di motivare, di avere una visione complessiva del fenomeno e non solo settorializzata.

I role model tra le donne di scienza da cui trarre ispirazione sono per fortuna numerosi. I consigli da trasmettere? Come confermano tutte le scienziate, credere sempre in sé stesse, non arretrare di un millimetro, impegnarsi al massimo, non cedere alle discriminazioni, essere convinte portatrici di inclusione. Non smettere di pensare: “Ci posso riuscire”.

Gianna Martinengo

Gianna Martinengo
CEO DKTS
Membro dell’Advisory Board di STOA
Fondatrice e Presidente di Women&Tech®
Expertise: Innovazione tecnologica e sociale, E-Learning, Women’s Empowerment

(per maggiori dettagli sul CV, vedi: https://www.didaelkts.it/gianna-martinengo )