Quasi tutti pensano che i calcolatori siano macchine. La “brutta notizia” per costoro è che i calcolatori non sono macchine. Per questa piccola grande svista ci sono state e ci sono molte incomprensioni.

I calcolatori sono strumenti che trasformano simboli in simboli. Tutti codificati in sequenze di 0-1 (i bit).  Esattamente come succede alle infrastrutture cognitive degli animali, uomo incluso. Nessuno direbbe che gli animali sono macchine.

Nei calcolatori entrano simboli (bits), vengono trattati da programmi espressi come simboli (bits) ed escono simboli (bits). La grande differenza con le macchine è che i programmi dei calcolatori, essendo anch’essi espressi con i bits, possono essere trattati come fossero dei dati in ingresso. Questo permette ai calcolatori di imparare, di modificare il “programma” mentre funzionano, addirittura di generare nuovi programmi. Le macchine non hanno questa straordinaria capacità: un’auto solo a gasolio non si può trasformare in una solo elettrica mentre funziona!

La capacità di percepire, comprendere, trasformare, produrre, comunicare e anche imparare simboli è tipica degli animali ed in particolare (molto di più) degli umani che hanno inventato uno strumento fondamentale di elaborazione e comunicazione simbolica: la scrittura. Per questo gli umani sono più evoluti (liberi, creativi, inventivi, …) degli animali: perché elaborano e comunicano simboli non solo nello spazio ma anche nel tempo, grazie alla scrittura. Per questo gli umani si difendono dai pericoli meglio degli animali, sviluppano teorie scientifiche molto sofisticate anche sul funzionamento del loro corpo e inventano farmaci che fermano le epidemie.

Per questo la scienza – pur procedendo a zig-zag, prova ed errore – avanza : perché cumula nuova Informazione alla precedente, cercando di rappresentarla e comunicarla in modo non ambiguo. Non sempre è questo il caso della Filosofia: fra Socrate e Kant (20 secoli dopo) non saprei chi ha avuto più ragione; entrambi hanno molte ragioni!

Il papà delfino – possessore di un cervello molto più grande di quello di un papà umano – non riesce a trasmettere le sue esperienze al pronipote delfino perché … nell’acqua non si scrive, e soprattutto non si scrivono formule molto sintetiche e non ambigue come quelle della matematica!

Inoltre: i calcolatori non sono soltanto fatti per calcolare ma anche per comunicare: da circa 70 anni si parla di Informatica come se esistessero nella disciplina soltanto “gli algoritmi” (più o meno efficienti) mentre solo da qualche anno – dall’emergere prepotente di Web – abbiamo capito che esistono anche “le architetture” cioè quelle organizzazioni di strumenti informatici (calcolatori, reti, algoritmi anche distribuiti, basi di dati, persone connesse, persone raggiungibili,  … ) che realizzano delle funzioni collettive molto sofisticate grazie alla comunicazione.

La visione “matematico-statistica” di Shannon (https://it.wikipedia.org/wiki/Claude_Shannon) ha quasi sempre prevalso rispetto a quella “cibernetica” di Wiener  (https://it.wikipedia.org/wiki/Norbert_Wiener ). Quest’ultima visione privilegia la funzione “fisiologica” (la controreazione: controllo e comunicazione, che esige sempre un obiettivo, cioè un fine preciso) rispetto alla struttura “anatomica” (i codici, gli algoritmi, le strutture dati …). Ovviamente le due visioni sono complementari, ma anche radicalmente diverse: entrambe hanno contribuito in modo fondamentale alla nascita dell’Intelligenza Artificiale.

Ora, oggi: ci rendiamo conto che la grande quantità di dati + la potenza enorme delle macchine in rete ci permettono di risolvere problemi prima impensabili. Ultimi esempi molto recenti: il riconoscimento del COVID con tecniche di machine learning = apprendimento automatico di reti neurali profonde.

Ma abbiamo anche capito che le infrastrutture informatiche ci permettono di salvare dall’isolamento intere popolazioni grazie alla conversione della “distanza” in “presenza aumentata”. Grazie all’Informatica il nostro confinamento non è stato una catastrofe, il lavoro bene o male continua, anche se è “telelavoro”, la scuola pure e le persone anziane possono almeno vedere i nipoti via zoom. Fino ad oggi noi privilegiati ricchi occidentali non avremmo mai pensato di avere bisogno di questi strumenti come abbiamo bisogno … dell’acqua potabile.

Solo pochi “visionari” – come Francesco di Castri ( https://it.wikipedia.org/wiki/Francesco_Di_Castri  ) – ci avevano parlato dell’accesso bidirezionale all’Informazione come strumento di empowerment (emancipazione) per le popolazioni “isolate” (fisicamente, economicamente, socialmente …). Oggi siamo tutti cittadini del mondo attaccati dal COVID, dunque siamo tutti isolati come lo erano prima gli abitanti dell’isola di Pasqua o della cittadina di Tamanrasset, nel deserto del Sahara. L’Informatica non solo ci avvicina, ci potenzia, ci permette di vivere meglio ma ci permette di vivere tout court, dovunque siamo.

Allora, visto questo, come possiamo banalizzare il problema dell’Informatica (della sua presenza, del suo impatto nel presente e nel futuro, in particolare nel lavoro e – direbbe Landini, CGIL – nel modello di sviluppo, della sua pervasività rispetto a tutte le situazioni umane) riducendolo al sotto-problema del “digitale”? Mi pare, ahimè, ancora una volta, un atteggiamento ingenuo.

Attorno al 1987 scrissi un breve articolo pubblicato fra molti altri in un libretto coordinato da Jader Jacobelli. Titolo: Non fare come gli struzzi[1] . Allora parlavo di cultura dell’Intelligenza Artificiale, oggi di cultura informatica: in entrambi i casi penso che con modestia e curiosità dovremmo tutti cercare di capire, interpretare e prevedere questi sviluppi in modo più profondo, per nostro interesse.

L’Informatica = scienza del calcolatore (computer science) + scienze cognitive + Intelligenza Artificiale, non è giusto una disciplina ingegneristica come tanti la considerano, una tendenza di successo e di moda molto apprezzata ed altrettanto temuta, ma una disciplina scientifica fondamentale esattamente come la chimica, la fisica o la biologia. L’Informatica si occupa dell’Informazione, proprietà fondamentale della natura.  La cultura informatica non riguarda semplicemente l’uso degli ultimi prodotti industriali e degli ultimi servizi commerciali, piuttosto un radicale cambiamento della visione del mondo che consideri persone e società come attori-concausa di qualunque sviluppo ed i cicli di produzione, elaborazione e comunicazione di Informazione, sia individuale che collettiva, alla base di qualunque comportamento di questi attori. La questione non è diversa da quella dell’ecologia: sono i comportamenti umani che provocano la maggioranza dei problemi, non i fenomeni naturali; gli umani ragionano e comunicano Informazione.

Questa visione non è banalmente tecnico-applicativa, soprattutto non è alternativa a quella umanistica. Al contrario, la integra perfettamente. Un umanesimo senza Informazione non esiste, così come – senza Informazione – non esiste la vita: con il DNA la biologia ci insegna che la biodiversità altro non è che differenza di codici.

L’umanista, oggi, capisce perfettamente che l’Informazione nei sistemi complessi – come gli umani – è la stessa, sia per i filosofi, che per i neurofisiologi, che per i giuristi che per gli informatici che per gli economisti: quella proprietà della natura che ci permette di costruire conoscenza utile per decidere, per adottare comportamenti, per capire, per imparare. La differenza fra discipline è destinata a scomparire, via via che emerge un lessico comune e che cadono, una ad una, le barriere dell’arroganza che contrappone gli interessi monopolistici delle singole botteghe alla sana e sincera volontà di capire e potenziare i processi naturali dello sviluppo degli umani e delle società umane.

[1] S. A. Cerri, “Non fare come gli struzzi,” in Aspettando robot: il futuro prossimo dell’Intelligenza Artificiale, J. Jacobelli, Ed. Bari, Italy: Laterza, 1987, pp. 52-62.

Stefano A. CERRI
(Parma, 1947) è Professore Emerito di Informatica dell’Un. di Montpellier; Distinguished Fellow della Fondazione Bruno Kessler, Trento e Vice Presidente Ricerca e Sviluppo della Società Didael KTS (per maggiori dettagli sul CV, vedi: https://www.didaelkts.it/stefano-a-cerri/ ).
Mail: sacerri47@gmail.com