Da tempo sostengo che l’Intelligenza Artificiale non sia semplicemente uno strumento, ma una disciplina. Una disciplina che ci obbliga a interrogarci non soltanto su ciò che le macchine sanno fare, ma su che cosa significhino conoscenza, intelligenza, linguaggio.

Da questa prospettiva nasce un accostamento forse inatteso: quello tra l’AI generativa e James Joyce.

Con il stream of consciousness, il flusso di coscienza, Joyce ha cercato di portare nella scrittura qualcosa di profondamente umano: il pensiero mentre accade.

Nel suo Ulysses le parole seguono associazioni, ricordi, percezioni, emozioni. Il presente richiama il passato, una parola ne evoca un’altra, il pensiero procede senza rispettare necessariamente la linearità della narrazione.

Quando dialoghiamo con un sistema di AI generativa accade, almeno in apparenza, qualcosa che può ricordare questo processo. Anche l’AI genera un flusso: una parola segue l’altra, una frase modifica il contesto dal quale nascerà quella successiva, concetti lontani possono essere messi rapidamente in relazione.

Ma proprio questa somiglianza ci permette di vedere meglio una differenza fondamentale.

Joyce cercava di trasformare il flusso della coscienza in linguaggio.
L’AI generativa produce un flusso di linguaggio che può darci l’impressione di una coscienza.

Non sono la stessa cosa.

Dietro le parole di Molly Bloom ci sono una persona, un corpo, una memoria, emozioni, desideri, esperienze vissute. Dietro le parole generate dall’AI ci sono sistemi computazionali che hanno appreso relazioni e strutture da enormi quantità di dati prodotti dagli esseri umani.

Ed è proprio questo secondo aspetto che trovo particolarmente interessante.

Se Joyce esplora attraverso il linguaggio la memoria individuale, l’AI generativa ci mette davanti alla sedimentazione di una parte enorme del linguaggio collettivo.

Non parlerei di coscienza collettiva. Parlerei piuttosto di un patrimonio di conoscenze, rappresentazioni, culture, contraddizioni e anche pregiudizi che l’umanità ha depositato nei testi e nei dati.

Per questo l’informatica moderna è sempre più sociale. Un sistema di AI non vive separato dalla società: nasce dalla conoscenza prodotta dalle persone, interagisce con le persone e produce effetti sulle loro decisioni, sul lavoro, sull’apprendimento, sulle organizzazioni.

La questione, allora, non è soltanto che cosa sappia generare una macchina.

È che cosa sappiamo fare noi con ciò che la macchina genera.

Mi piace sintetizzarlo attraverso quattro verbi molto semplici:

chiedo → ottengo → valuto → decido.

L’AI può ampliare enormemente le possibilità delle prime due azioni. Ma valutare e decidere ci riportano alla conoscenza, all’esperienza, al pensiero critico e alla responsabilità.

Potremmo allora percorrere un ideale cammino:

stream of consciousness → stream of language → conoscenza collettiva → giudizio umano.

A quasi un secolo dall’Ulysses, una macchina può produrre un flusso apparentemente inesauribile di parole.

Ma il significato non sta soltanto nelle parole.

Il significato nasce dalla relazione tra quelle parole e chi le legge, le interpreta, le mette alla prova e decide che cosa farne.

Ed è forse proprio qui, nell’era dell’Intelligenza Artificiale, che torna ad essere centrale la nostra intelligenza.

Gianna Martinengo

Gianna Martinengo
CEO DKTS
Membro del Board Innovazione Tecnologica – Trasformazione Digitale, Comune di Milano
Coordinatrice del Comitato Scientifico, MUSA Scarl
Membro del Comitato Scientifico, UNISALUTE
Fondatrice e Presidente di Women&Tech® ETS

(per maggiori dettagli sul CV, vedi: https://www.didaelkts.it/gianna-martinengo)