Qualche giorno fa sono stata invitata alla Camera dei Deputati per un’audizione sul decreto relativo all’intelligenza artificiale. È stato un incontro che porto con me, perché mi ha costretta a fare i conti, in poche parole, con quarant’anni di lavoro su questo tema.
Ho iniziato a occuparmi di intelligenza artificiale quando questa espressione era conosciuta quasi esclusivamente nei laboratori di ricerca. In quegli anni ci interrogavamo soprattutto su come costruire macchine capaci di ragionare. Oggi la domanda è profondamente cambiata. Non ci chiediamo più soltanto che cosa l’intelligenza artificiale sia in grado di fare. Ci chiediamo quale società stia contribuendo a costruire.
Ed è per questo che considero il decreto oggi in discussione molto più di un provvedimento tecnico. È un atto di politica pubblica. È una scelta sul modello di società che vogliamo costruire insieme.
Ho visto l’intelligenza artificiale cambiare volto più volte
Nel corso della mia vita professionale ho visto l’intelligenza artificiale cambiare più volte volto. L’ho conosciuta come intelligenza artificiale simbolica. Ho visto nascere l’apprendimento automatico. Ho assistito all’affermazione delle reti neurali profonde. Oggi viviamo la stagione dell’intelligenza artificiale generativa.
Cambiano le tecnologie. Ma una domanda rimane sempre la stessa: quale ruolo vogliamo che continui ad avere l’essere umano?
Una rivoluzione cognitiva, non industriale
È il punto che ho voluto portare al centro dell’audizione. L’intelligenza artificiale non rappresenta una nuova rivoluzione industriale. Rappresenta una nuova rivoluzione cognitiva.
Le rivoluzioni industriali cambiano il modo in cui produciamo. Le rivoluzioni cognitive cambiano il modo in cui comprendiamo il mondo.
È questo il motivo per cui la regolazione dell’intelligenza artificiale non può limitarsi agli aspetti tecnologici. Deve interrogarsi sul futuro della conoscenza, della democrazia, del lavoro e dell’uguaglianza.
L’informatica non descrive più la società. La organizza
C’è una frase che ripeto da anni: l’informatica moderna è sociale. Oggi la farei evolvere. L’informatica moderna non descrive più la società. La organizza.
Organizza il modo in cui apprendiamo. Organizza il modo in cui lavoriamo. Organizza il modo in cui comunichiamo. Organizza il modo in cui scegliamo. Organizza perfino il modo in cui costruiamo fiducia.
La sfida non è la tecnologia, sono le persone
Ho dedicato la mia vita professionale a costruire tecnologie. Oggi credo che la sfida più importante non sia costruire tecnologie migliori. Sia costruire persone, organizzazioni e istituzioni capaci di usarle con intelligenza.
Perché l’intelligenza artificiale non sostituirà la responsabilità umana. La renderà ancora più importante.
Il futuro non dipenderà dall’intelligenza delle macchine. Dipenderà dalla saggezza con cui noi sceglieremo di utilizzarle.

Gianna Martinengo
CEO DKTS
Membro del Board Innovazione Tecnologica – Trasformazione Digitale, Comune di Milano
Coordinatrice del Comitato Scientifico, MUSA Scarl
Membro del Comitato Scientifico, UNISALUTE
Fondatrice e Presidente di Women&Tech® ETS
(per maggiori dettagli sul CV, vedi: https://www.didaelkts.it/gianna-martinengo)







