Relazioni, longevità e responsabilità progettuale in una società sempre più connessa
Viviamo nella società più connessa della storia. Eppure essere connessi non significa necessariamente essere in relazione.
Se la qualità delle relazioni incide sulla salute, sul benessere e sulla longevità, dobbiamo cominciare a chiederci quale tipo di società stiamo costruendo attraverso le tecnologie.
E forse introdurre un nuovo criterio nella progettazione dei sistemi: la salute sociale.
Possiamo comunicare istantaneamente con persone che si trovano dall’altra parte del mondo, lavorare insieme senza condividere lo stesso luogo, accedere a comunità costruite intorno a interessi comuni, mantenere rapporti che un tempo la distanza avrebbe inevitabilmente indebolito.
Eppure, proprio mentre crescono esponenzialmente le possibilità di connessione, diventa sempre più evidente un’apparente contraddizione: connessione e relazione non sono sinonimi.
Possiamo essere permanentemente connessi e sentirci soli. Possiamo avere centinaia di contatti e non avere qualcuno con cui condividere una preoccupazione. Possiamo moltiplicare messaggi e interazioni senza costruire relazioni significative.
È da questa contraddizione che vorrei partire.
La salute ha una terza dimensione
Mi ha fatto riflettere il TED Talk di Kasley Killam, “Why social health is key to happiness and longevity”, presentato a TEDNext nel 2024.
Killam, social scientist che studia il rapporto tra connessioni umane, salute e longevità, propone di riconoscere esplicitamente una terza dimensione della salute.
Accanto alla salute fisica e alla salute mentale, esiste la salute sociale.
Non coincide con il numero delle persone che conosciamo o con la quantità delle nostre interazioni. Riguarda la qualità delle relazioni, la possibilità di dare e ricevere sostegno, il senso di appartenenza, la partecipazione alla vita di una comunità, la capacità di sentirsi riconosciuti e di riconoscere gli altri.
È un concetto che ci ricorda qualcosa di essenziale: l’essere umano non è un individuo isolato.
La relazione non è un elemento accessorio della nostra esistenza. È uno degli ambienti nei quali costruiamo identità, conoscenza, fiducia e benessere.
La ricerca richiamata da Killam mostra come la qualità delle relazioni sia associata non soltanto alla felicità, ma anche alla salute e alla longevità.
Se accettiamo questa prospettiva, prendersi cura delle relazioni non è più soltanto una questione privata. Diventa una questione sociale, culturale, organizzativa e tecnologica.
Dalla longevità alla qualità della vita
Parliamo sempre più spesso di longevità.
La ricerca scientifica e medica ci permette di vivere più a lungo: è una delle grandi conquiste della nostra epoca.
Ma la domanda non può essere soltanto: quanto a lungo vivremo?
Dobbiamo chiederci: come vivremo gli anni che abbiamo conquistato?
Una società longeva non può essere progettata esclusivamente attraverso medicina, previdenza, assistenza e tecnologie sanitarie.
Dobbiamo progettare anche le condizioni che consentano alle persone, lungo tutto l’arco della vita, di continuare a partecipare, apprendere, contribuire, incontrarsi, sentirsi utili, costruire legami.
Dobbiamo passare dalla longevità intesa come semplice estensione della vita alla longevità come qualità della vita.
E la qualità della vita è inevitabilmente anche qualità delle relazioni.
La salute sociale diventa così una delle dimensioni attraverso cui progettare una società longeva.
L’informatica moderna è sociale
È qui che entra in gioco la tecnologia.
Per oltre quarant’anni ho osservato e partecipato all’evoluzione delle tecnologie digitali e dell’Intelligenza Artificiale.
Sono cambiate le macchine, le interfacce, le reti, i linguaggi. Ma una convinzione si è rafforzata nel tempo: l’informatica moderna è sociale.
Quando progettiamo un sistema non progettiamo soltanto una funzione.
Progettiamo relazioni.
Tra una persona e una macchina.
Tra persone mediate da una macchina.
Tra persone e organizzazioni.
Tra conoscenze e decisioni.
Tra individui e comunità.
Per questo non è più sufficiente domandarci soltanto se una tecnologia funziona o quanto sia efficiente.
Dobbiamo domandarci che cosa produce nel sistema di relazioni nel quale viene introdotta.
Aumenta l’autonomia delle persone o la riduce? Facilita la partecipazione o crea nuove esclusioni? Favorisce la collaborazione o aumenta l’isolamento? Distribuisce conoscenza o concentra potere? Genera fiducia?
E, infine: contribuisce alla nostra salute sociale?
Intelligenza Artificiale: sostituzione o relazione?
L’Intelligenza Artificiale rende questa domanda ancora più urgente.
Oggi possiamo dialogare con sistemi capaci di produrre linguaggio, immagini, sintesi di conoscenza e risposte sempre più personalizzate.
È una trasformazione straordinaria.
Proprio per questo dobbiamo evitare un equivoco: pensare che una simulazione sempre più efficace della relazione possa automaticamente sostituire la relazione umana.
L’AI può ridurre barriere, facilitare l’accesso alla conoscenza, sostenere l’autonomia delle persone, creare nuove opportunità di apprendimento e partecipazione. Può persino contribuire a individuare situazioni di isolamento e favorire nuove forme di incontro.
Ma tutto dipende da come scegliamo di progettarla e utilizzarla.
Una tecnologia può liberare tempo per le relazioni oppure occuparne progressivamente lo spazio. Può aiutarci a incontrare altre persone oppure diventare un sostituto apparentemente più semplice, prevedibile e rassicurante dell’altro. Può ampliare le nostre comunità oppure rinchiuderci in ambienti sempre più personalizzati.
La tecnologia non determina da sola quale strada prenderemo.
Sono le nostre scelte progettuali, economiche, culturali e politiche a determinarlo.
Per questo l’Intelligenza Artificiale non è soltanto una questione tecnologica.
È una questione profondamente umana e sociale.
Dalla User Experience alla Human Experience
Per anni abbiamo parlato di User Experience.
Abbiamo cercato di rendere le tecnologie più semplici, intuitive, accessibili e personalizzate.
Oggi credo sia necessario compiere un altro passo: dalla User Experience alla Human Experience.
Non chiederci soltanto se l’esperienza individuale con un sistema sia soddisfacente, ma quali conseguenze quella tecnologia produca sull’ecosistema umano nel quale la persona vive.
Un sistema può essere straordinariamente efficace dal punto di vista della User Experience e, contemporaneamente, impoverire la Human Experience.
Può catturare attenzione senza generare significato. Può aumentare le interazioni senza generare relazioni. Può massimizzare il tempo trascorso su una piattaforma senza aumentare il tempo vissuto insieme agli altri.
È qui che il concetto di salute sociale può diventare qualcosa di più di un indicatore di benessere.
Può diventare un criterio di progettazione dell’innovazione.
Misurare anche ciò che conta
Prestazioni. Produttività. Engagement. Click. Tempo di utilizzo. Conversioni. Efficienza.
Abbiamo imparato a misurare quasi tutto.
Ma ciò che scegliamo di misurare influenza inevitabilmente ciò che scegliamo di progettare.
Perché, allora, non iniziare a chiederci anche se un prodotto, un servizio, un’organizzazione o una tecnologia migliorino o impoveriscano la qualità delle relazioni?
Non penso a una nuova metrica semplicistica. Penso a un cambio di prospettiva.
Accanto a quanto è efficiente?, dovremmo introdurre altre domande: Quali comportamenti favorisce? Quali relazioni rende possibili? Chi include e chi rischia di escludere? Quale forma di comunità contribuisce a costruire? Aumenta soltanto le connessioni o genera anche relazione?
Sono domande progettuali prima ancora che etiche.
Le relazioni come infrastruttura sociale
Siamo abituati a considerare infrastrutture le strade, le reti energetiche, le telecomunicazioni, gli ospedali, le scuole.
Forse dovremmo iniziare a riconoscere anche le relazioni come un’infrastruttura sociale.
Un’infrastruttura invisibile, ma essenziale.
Quando è solida genera fiducia, cooperazione, conoscenza, cura, appartenenza.
Quando si indebolisce, le conseguenze non riguardano soltanto il singolo individuo. Riguardano le organizzazioni, le comunità e, in ultima analisi, la qualità stessa della società.
La salute sociale ci porta così oltre una concezione individualistica del benessere.
Non possiamo stare bene da soli.
Il nostro benessere dipende anche dalla qualità dell’ecosistema relazionale al quale apparteniamo.
È una prospettiva vicina al concetto di ecologia integrale: ambiente, persone, società, economia e tecnologia non sono dimensioni separate. Appartengono allo stesso sistema e devono essere pensate nelle loro reciproche relazioni.
Una nuova responsabilità progettuale
Chi progetta tecnologia ha quindi una responsabilità nuova.
Non basta costruire sistemi sempre più potenti.
Dobbiamo costruire sistemi capaci di inserirsi responsabilmente nelle nostre vite: tecnologie che amplifichino le capacità umane senza impoverire le relazioni; che ci aiutino a conoscere senza rinunciare al confronto; che aumentino la nostra autonomia senza trasformarla in isolamento; che ci facciano risparmiare tempo affinché quel tempo possa tornare ad avere valore umano.
In DKTS abbiamo sintetizzato da tempo il nostro approccio in una frase: Inspired by users, driven by science.
Oggi credo che quella prospettiva debba ampliarsi ulteriormente.
Progettare a partire dalle persone significa progettare non soltanto a partire dall’individuo, ma anche dalle relazioni che rendono quell’individuo parte di una comunità.
Non costruire tecnologie che ci facciano avere sempre meno bisogno degli altri, ma tecnologie che ci aiutino a stare meglio con gli altri.
Forse è questa una delle grandi sfide dell’Intelligenza Artificiale.
Se Kasley Killam ci invita a riconoscere la salute sociale come una componente essenziale di una vita lunga, sana e felice, la domanda dalla quale siamo partiti diventa una domanda sul futuro che vogliamo costruire: vogliamo tecnologie capaci soltanto di connetterci o tecnologie capaci di aiutarci a essere realmente in relazione?
La differenza può sembrare sottile.
Credo invece che sia enorme.
Perché il futuro non dipenderà soltanto da quanto saranno intelligenti i nostri sistemi.
Dipenderà anche dalla qualità delle relazioni umane che sapremo costruire intorno e attraverso di essi.
Riflessione ispirata al TED Talk di Kasley Killam, “Why social health is key to happiness and longevity”, TEDNext 2024.

Gianna Martinengo
CEO DKTS
Membro del Board Innovazione Tecnologica – Trasformazione Digitale, Comune di Milano
Coordinatrice del Comitato Scientifico, MUSA Scarl
Membro del Comitato Scientifico, UNISALUTE
Fondatrice e Presidente di Women&Tech® ETS
(per maggiori dettagli sul CV, vedi: https://www.didaelkts.it/gianna-martinengo)







