Nel mese di febbraio la società Klecha & Co., specializzata in servizi di corporate finance per clienti che operano nei servizi IT, software e tecnologia, ha organizzato un convegno dal titolo “Digital Sovereignty The New Paradigm for Europe”. L’evento ha posto l’accento sul contesto geopolitico, sul ruolo del settore privato, sul cloud; ha presentato la case history della Francia in merito alla cyber difesa e ha avviato una discussione in merito all’Intelligenza Artificiale.

Proprio su quest’ultimo tema è anche stato richiesto un contributo a Stefano A. Cerri, Vice President R&D di Didael KTS, Distinguished Fellow; Fondazione Bruno Kessler, Trento, Italy, Emeritus Professor of Informatics; LIRMM; Un. Montpellier, France.

Di seguito le sue considerazioni.

La sovranità digitale europea passa solo per la sicurezza?

No, è molto di più. Comprende infatti la sicurezza, ma anche le architetture (cloud, Internet delle cose…). È un argomento dalle molteplici sfaccettature, che meritano attenzione da parte dei decisori politici.

Il convegno ha presentato esperienze interessanti?

Sì: una fra tutte.

La Francia, Paese molto ricco, centralizzato e da sempre attento alla propria autonomia, cioè sovranità (ricordiamo i tempi di De Gaulle! Ricordiamo anche che, con la partenza del Regno Unito – la Brexit – la Francia è l’unico Paese dell’UE che dispone di tecnologie atomiche e dunque per la quella nazione la sicurezza è una questione vitale, non solo economica), come prevedibile ha investito molte risorse, dal 2008 in poi, a livello pubblico, sul tema sicurezza informatica, ingaggiando scienziati e tecnici di alto livello e in quantità significativa.

Risultato: tecnicamente tutto è possibile, ma senza Europa gli interventi sono poco significativi. Dunque, anche quando si investe molto e bene, si ritrova il problema del fattore di scala: l’Europa è indispensabile. Lo stesso hanno dichiarato i rappresentanti del settore privato francese (MEDEF, il corrispondente di Confindustria).

Quale ruolo gioca, in questo contesto, la Ricerca e Sviluppo?

Questo è un punto a me molto caro. Ritengo che sia necessario indagare compiutamente la relazione tra le “nuove” scienze e tecnologie e la sovranità digitale nei prossimi 5, 10, 20 anni. E’ l’essenza stessa della ricerca: occuparsi di questioni che saranno cruciali non immediatamente, ma fra molti anni.

Secondo quanto indica Cordis (il sito UE che recensisce tutti i progetti di ricerca europei da circa 20 anni), risulta evidente che l’Europa della Ricerca e Sviluppo sia allo stesso tempo integrata e interoperabile e molto “avanti”, anche rispetto agli Stati Uniti o ad altre importanti potenze. L’esempio “di oggi” è che il Program Chair della prossima più importante Conferenza mondiale di Intelligenza Artificiale (IJCAI 2020) è un francese di una piccola università (Montpellier) e del CNRS. Perché, allora, non riusciamo a sfruttare meglio questa reale unità europea, l’Europa della ricerca?

L’Europa è una realtà, ma pare che sia sempre in attesa del suo “Godot”: una vera unione industriale, economica, commerciale, un giorno, forse, anche politica.

In sostanza: i singoli Stati, da soli, non hanno la forza di rispondere alla sfida globale: occorre davvero una sovranità unica. Occorre un’Europa fatta e finita. Attualmente, invece, le “Europe” con le quali ci confrontiamo sono tre: quella politica, che cerca di mantenersi in vita con regole di base condivise (come la politica di difesa); quella industriale, economica e commerciale, che sta scoprendo, si spera, che il digitale non è solamente un elemento accessorio nella vita dei Paesi, ma una vera rivoluzione, disruptive. Infine c’è l’Europa della Ricerca e Sviluppo, che lavora in modo unitario da 40 anni (ESPRIT 1 è datato 1983; la mia ECAI -European Conference on Artificial Intelligence- a Pisa risale al 1984… E ha raccolto attorno a sé oltre 1.000 ricercatori da tutto il mondo).

Ecco: è arrivato il momento di una maggiore unità in Europa, da tutti i punti di vista.